L'AMORE ALTROVE

2024

L’inflazione della parola amore. A eleggere ciò che non è.
La sua reale corrispondenza è in fondo qualcosa di indicibile, che si può tutt’al più sfiorare senza piena coscienza, in un sentire febbrile, al di là del pensiero, nella necessità di un atto, di un gesto.
L’amore che latita, spesso proprio nei luoghi dove se ne rivendica l’origine, l’appartenenza, è il filo conduttore dell’album.

Alla fine del Cinquecento il tribunale dell’Inquisizione condannò al rogo per eresia Giordano Bruno. Il mea culpa pronunciato da Karol Wojtyła in un discorso di preparazione al giubileo del 2000 ha il sapore, pur nel suo slancio sincero, di un’ammissione tardiva: «Deviazioni e divaricazioni dalla storia/ a purificazione estrema della memoria» (Eretico). E in verità la Chiesa, ufficialmente, non si è mai pronunciata in merito.

Qualunque sia la motivazione che porta ad abbandonare un bambino – la miseria, il pregiudizio, lo scandalo – risulterà per lui sempre qualcosa d’incomprensibile, d’inaccettabile, contro natura: «Ma non c’è scusa/ e non c’è quiete/ se in questa ruota sono esposto» (La ruota degli esposti).

L’avversione nei confronti della donna è un elemento ricorrente nella letteratura greca antica, specchio di una società fortemente patriarcale. Misoginia è liberamente tratta dal frammento VII di Simonide di Ceo (556-468 a.C. circa), i cui versi nascerebbero dal pretesto che Zeus avrebbe concepito la donna diversamente dall’uomo, facendola discendere da dieci diverse specie di animali. I toni si caricano di aggressività, forzature, derive goliardiche, assimilabili ad un rituale predefinito e destinato a un cenacolo di soli uomini.
Ma al di là di qualsiasi contestualizzazione, c’è il dato della loro esistenza. A significare un indirizzo, una piega del sentire al maschile che troviamo, allora come oggi, in svariati ambiti e indipendentemente dal clima socio-culturale.

Come una distorsione della visione, del pensiero, che ha finito per attecchire, giocoforza, anche sull’altra sponda. Il femminismo sconta forse proprio la colpa, soprattutto nelle sue manifestazioni più radicali ed estremistiche, di aver cavalcato e consacrato quest’antitesi. Diventando meno persuasivo ed incisivo nel momento e nella misura in cui smarrisce o disperde quel focus libertario delle origini che aveva messo al centro l’universalità del diritto e l’uguaglianza.

Antitesi che in Didone si risolve altrimenti.
A dispetto del topos letterario che più frequentemente le si cuce addosso, quello della donna abbandonata o addirittura lussuriosa, la regina di Cartagine abita, alla resa dei conti, un più vasto orizzonte di humanitas. Rinuncia alla patria, al potere, agli onori, per seguire Enea. Non ne accetta il tradimento e va al di là della semplice contrapposizione di parte. Brucia nell’emozione, in un anelito di libertà.

L’assenza di un dissenso pervade invece la maggioranza. Chi è sazio, chi ha qualcosa da perdere, preferisce quasi sempre lo status quo, il quieto vivere: «Non c’è un dissenso/ nel porto protetto/ un cuore sazio/ ripete il verso» (Fuochi fatui).

Ma assecondare il flusso è l’anticamera di ogni schiavitù, di ogni dittatura, che nel mondo contemporaneo s’insinua silenziosamente, attraverso modalità subdole, indecifrabili: «Annega la civiltà/ dentro l’ambiguità/ strizzando l’occhio al prossimo/ gli divora la testa» (Prostituzione).

Queste due ultime tracce sottendono anche la speculazione concettuale nella quale siamo, più o meno inconsapevolmente, immersi. Attraverso il riconoscimento automatico di categorie e segni che in realtà collassano sistematicamente in se stessi. Per quel rapporto deviato tra soggetto ed oggetto, interno ed esterno. Per quella relazione perversa, insita nella cosiddetta civiltà, che ha consolidato sempre di più il primato psichico ed economico su quello fisico-istintuale.

In un simile contesto, dove tutto diventa merce, non può offrire garanzia di autonomia nemmeno la professione del medico, il cui orientamento è spesso il prodotto della commistione con gli apparati, le lobby, il crudo personale tornaconto.
La conoscenza, il libero arbitrio, la dignità non sono prerogativa di tutti. C’è chi indirizza con autorità e non esattamente in linea con gli effettivi bisogni della collettività, mediante il ruolo che rappresenta, l’influenza e la suggestione che esercita: «Illustre professore/ eri un mediocre/ ora un mercante equivoco/ imbonitore» (Un medico).

Un deficit d’amore pervade altresì l’avarizia: «Al momento cruciale di un amore presunto/ tra costi e ricavi non trovo lo slancio/ per una carezza» (L’avaro).

E non risparmia la famiglia, l’istituzione che dovrebbe, per definizione, includerlo.
Se Il figlio descrive l’ambiguità che a volte si radica al suo interno, tra affetti e opportunismo, trasgressione e senso di colpa, Una bambola dipinta esprime soprattutto la distanza, la materialità nella quale può galleggiare un rapporto. La relazione coniugale rischia d’impregnarsi dei medesimi umori di un contratto mercenario. Anzi, è proprio il legame apparentemente “legittimo” ad ammantarsi d’immoralità… quando si alimenta soltanto del compromesso, dell’interesse, della finzione, al quale finisce per sottomettersi, assuefarsi: «È uno schiudersi amaro/ più acuto di un grido che incalza/ questo tenere banco sulla distanza» (Una bambola dipinta).

Ma conta ciò che è, non quel che sembra. Anche se a prevalere è l’apparenza. Riconoscerlo è in fondo un atto d’amore o, più semplicemente, la testimonianza che c’è ancora un margine, la possibilità di essere.

Aldo Veglione